la sofferenza come fatto politico
La sofferenza non è solo, come si suol dire, il non avere il pane, ma è quella che Pierre Bourdieu definisce "la petite misère": il disagio quotidiano di chi si sente fuori posto o intrappolato in spazi dove mondi incompatibili sono costretti a convivere. Ed è quello che Bourdieu racconta in The Weight of the World, frutto di un corposo lavoro empirico condotto da più di venti ricercatori. Dalle tensioni nei quartieri popolari tra abitanti storici e nuovi abitanti ai fallimenti del sistema scolastico che crea esclusi dall'interno, fino al senso di inutilità dei lavoratori precari, questi fatti sono i sintomi di un malessere comune. La tesi centrale dell’opera curata da Bourdieu è che il malessere diffuso non sia un fatto privato o psicologico, ma il risultato diretto dell’abdicazione dello Stato. Negli ultimi decenni, la virata verso politiche neoliberiste ha trasformato i cittadini in clienti e i servizi pubblici in aziende, lasciando i singoli (e i funzionari di prima linea come insegnanti e assistenti sociali) soli a gestire le contraddizioni esplosive di una società sempre più frammentata.
La connessione tra grandi manovre economiche e dolore individuale è diventata una domanda di ricerca radicale: come possono le trasformazioni macroscopiche del mercato e dello Stato diventare necessità che schiacciano le vite singole? Gli autori si sono chiesti come fosse possibile andare oltre i le rappresentazioni semplicistiche dei media - che spesso riducono il disagio a stereotipi sul "degrado delle periferie" o sulla "violenza giovanile" - per ricostruire la genesi sociale di ogni traiettoria individuale. L’indagine del testo è nata dalla sfida di svelare le cause strutturali (nascoste o velate dai segni apparenti) che rendono il mondo invivibile per chi non possiede il capitale culturale o economico necessario per sfuggire ai siti di relegazione: spazi fisici che fungono da rinforzo della marginalità sociale.
